Gli occhi d'una realtà nuova

scritto da Rocca
Scritto 19 giorni fa • Pubblicato 5 giorni fa • Revisionato 5 giorni fa
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Gli occhi delle persone possono scuoterci, ma quanto davvero?
- Nota dell'autore Rocca

Testo: Gli occhi d'una realtà nuova
di Rocca

Sul far del crepuscolo Enea, un giovane ragazzo poco più che 18enne, siedeva sul tetto della sua casa. Un piede appoggiava sulla grondaia tremolante, l'altro penzolava e di tanto in tanto sfiorava delicatamente il muro sottostante. Era stata, quella, una giornata singolare per Enea, tanto che le tegole sul tetto erano sempre state lercie, e lui era solito usare una coperta per sedercisi sopra. Eppure oggi s'era seduto su di quelle sporche tegole, senza preoccuparsi di nulla. Aveva incontrato qualcuno, o meglio qualcosa, che l'aveva scosso dal profondo.

Era uscito di casa alla solita ora, mangiato le solite cose e preso lo stesso pullman per andare a scuola. D'altronde, la scuola lo aspettava anche oggi e lui avrebbe dovuto resistere, solo un giorno in più. Enea aveva sbattuto la porta di casa e s'era incamminato verso il cancello che alto e nero divideva il suo giardino dalla fermata del pullman. Ogni mattina in cuor suo sperava che il cancello si bloccasse, che la serratura implodesse o che qualcosa gli impedisse di uscire da casa sua. Eppure nulla, nemmeno il minimo scricchiolio, nemmeno un intoppo, nemmeno una volta. Arrivò alla fermata, una panchina stanziava davanti a lui. Sulla panchina c'era seduta una ragazza, occhi scuri posati sul telefono, capelli lunghi neri e un viso molto delicato. Ciò che risaltava agli occhi di Enea, erano i lunghi e disparati orecchini che pendevano dalle sue orecchie. Sembrava d'esser davanti ad un mosaico, che vedeva la liscia pelle scura della ragazza e queste variopinte composizioni di metallo fondersi perfettamente. Enea era abituato a vederla, era come se fosse divenuta una costante nelle sue mattinate, anche se in realtà non s'erano mai nemmeno guardati negli occhi. Il secondo individuo che Enea scrutava ogni mattina era un ragazzino più piccolo e giovane di lui, egli era solito indossare vestiti modesti dai colori neutri e aspettare lo scuolabus con un fare quasi entusiasta. Enea lo scrutava spesso quasi con disgusto, ma in realtà invidiava profondamente chi sapeva conformarsi con le convenzioni sociali. Quel senso di appartenenza, accettazione e speranza nel futuro che a lui tanto mancava. Il pullman arrivò, s'aprirono le porte ed Enea entrò. Si mise seduto al solito posto, dando le spalle al guidatore, nella parte anteriore del pullman. Si mise gli auricolari e fece partire la produzione di una playlist italiana prescaricata. Solita noia, solito disgusto. Il tempo scorreva come un ammasso eterogeneo di eventi per Enea, tanto che quasi non distingueva più cosa succedeva prima e dopo. Fece per guardare davanti a se, poteva vedere tutto il pullman dalla sua posizione. Di solito si dedicava a guardare i volti delle persone, ciò che lo deprimeva di più era vedere l'immensa lontananza tra i giovani espressa da pochi centimetri tra loro. Ognuno era chiuso nel suo piccolo pianeta, ad ascoltare musica dei più variegati generi. Purtroppo, per la maggior parte dei casi, una faccia sconsolata e smossa li accomunava tutti. Spostando gli occhi direzionandoli verso varie parti del pullman, deciso a osservare più volti possibili, incrociò con lo sguardo degli occhi estranei che gli comunicavano qualcosa di molto familiare. Abbassò immediatamente lo sguardo, si mise a guardare nervosamente il pavimento. Così tante volte aveva esplorato il retro del pullman da osservatore invisibile, ma ora qualcuno lo aveva notato, la sua copertura era saltata. "Perché?", si chiedeva infuriato. Perché qualcuno che nemmeno lo conosceva doveva interrompere così bruscamente la sua routine, routine che di certo detestava, ma che ora aveva un sapore diverso. L'aria sembrava tremare, e improvvisamente Enea iniziò a sentire ogni piccolo rumore, ogni piccola vibrazione generata dalle cose intorno a lui. Sentiva il ticchettio delle unghie sul telefono della ragazza davanti, lo sbiascico prodotto dal masticamento della gomma del ragazzo a due sedili alla sua sinistra. Iniziò a sentire ogni piccola imperfezione o buca della strada su cui il pullman passava. In sottofondo riusciva perfino a sentire il muoversi dei piedi dell'autista mentre guidava. Le ore successive passarono con una velocità che scuoteva il normale scorrere del tempo, come se le ore si fossero amalgamate in pochi attimi di flusso di coscienza. Il tempo ricominciò a scorrere normalmente solo la sera, quando lontano da fastidi esterni si sedette sul tetto di casa sua, senza mettere la coperta sulle tegole. Guardò le luci della città lontana, che ora avevano occasione di brillare, data la fioca luce generata dalla sera. Non poteva smettere di pensare a quello sguardo e a come l'avesse profondamente turbato. Era solito sentirsi forte dietro le sue certezze, dietro il suo odio per la società e la quotidianetà. Ma ora che quelle mura s'erano frammentate davanti a lui, Enea si sentiva tremendamente vulnerabile. Si chiedeva se avesse davvero incontrato una persona, o se quella che aveva guardato era un'estensione di sé che aveva riscoperto per lui una parte della sua anima che aveva dimenticato perfino d'avere. 
Si chiese allora "Chissà se, quando incontriamo uno sguardo che ci scava dentro, ciò che vediamo riflesso negli occhi dell'altro non è che noi, e le nostre parti in penombra."

Gli occhi d'una realtà nuova testo di Rocca
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